Mirafiori dopo l'abbattimento
I primi di gennaio del 1981 un gruppo di tre ragazzi adolescenti di Mirafiori, di cui due minorenni, provano il “colpo” ad un gioielliere della zona. Le cose non vanno come previsto, la situazione precipita e Gianni, quindicenne, in maniera involontaria preme il grilletto e uccide il commerciante. La notizia ha risalto sulla stampa locale, riaccende il dibattito sui comportamenti violenti e “antisociali” dei giovani che abitano la periferia sud della città. Queste stesse narrazioni vengono riattivate nel novembre 2022 quando nella stessa zona di via Artom un giovane viene gambizzato in circostanze che la stampa locale descrive come “legate ai conflitti per l’occupazione abusiva di alcuni appartamenti”. Nulla è cambiato in questi quarant’anni?
In realtà, basta una breve visita alla Casa nel Parco di Mirafiori per comprendere quante trasformazioni ci siano state. L’abbattimento spettacolare nel 2003 di uno dei principali palazzi popolari ha sancito un rito di passaggio nella storia del quartiere, un distacco simbolico da un passato di sviluppo industriale che ha portato alla sistematica marginalizzazione di una parte della popolazione giovanile. Nonostante alcuni pregiudizi che continuano a persistere nella descrizione del quartiere, la forza dirompente del desiderio di rivalsa, soprattutto della nuova generazione, fa sì che oggi Mirafiori brulichi di attività partecipative e attive che partono dal basso. Questo determina anche la chiusura di un cerchio che lega le nuove generazioni a quelle precedenti. Insieme si contribuisce a dare una nuova visione della propria realtà, depurata dagli stereotipi che fino a poco tempo fa hanno contribuito a determinare l’identità del quartiere.
Il podcast: Cosa significa essere rom a Mirafiori Sud?
Nell'ambito di un lavoro su Antropologia e Comunicazione, l* ragazz* della Summerschool SIAA Torino 2023 hanno intervistato Ivana Nikolić (@non_chiamateci_zingare) e Swami Della Garen per parlare di stigma e del loro rapporto con il quartiere di Mirafiori Sud.
Il racconto fotografico di Giulia Maria Bouquié